(…) «Sviluppiamo degli anticorpi a San Vittore». Non è un modo di dire: «Parlo delle malattie, di quel che entra qua dentro». Il sesto raggio è il «girone dei torturati» del carcere milanese. Sono 474 uomini. E la tortura è il sovraffollamento. «Allora i torturati siamo anche noi», dice un agente riferito alla denuncia dell’altro giorno del giudice Giuseppe Grechi. San Vittore era all’avanguardia, 130 anni fa, quando è stato costruito. Secondo le teorie criminologiche in voga le celle singole scoraggiavano promiscuità e «contagi» delle inclinazioni al delitto. Ora in quelle celle vivono in otto o in nove. L’assegnazione dei nuovi arrivi – anche 30 alcune sere – è un’opera di «geopolitica», ammette l’ispettore: «Per evitare tensioni cerchiamo di mettere insieme detenuti della stessa nazionalità. Se arriva un altro marocchino lo posso mettere con degli algerini, non certo non gli albanesi». Ogni cella ha un odore. Cipolla, caffè. Il cesso alla turca vicino al fornellino da campo usato per mangiare. Molti entrano ed escono, altri, «nuovi», non conoscono le regole. La prima l’igiene: scatena delle vere guerre. Gli italiani sono minoranza, ormai, e stanno buoni. I musulmani hanno una piccola «moschea». Una stanza con un tappeto. Il venerdì va lì a pregare chi ha fatto domanda. A turno. Alle 13 al quarto piano un ragazzo si inginocchia verso La Mecca.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324884

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